Abbazia di Corazzo - Marketing e Turismo Reventino

L’Abbazia di Santa Maria di Corazzo

L’avvento dei Normanni nel meridione d’Italia nell’ XI secolo ebbe importanti ricadute sul tessuto sociale di queste terre: la vigente eterogeneità di popolazioni e culture (arabe, bizantine e longobarde) fu sostituita dall’accentramento istituzionale e dalla uniformità religiosa imposta dai nuovi dominatori, che favorirono – tra l’altro - la nascita di nuove chiese ed abbazie latine, al fine di eliminare il preesistente culto bizantino.

Presumibilmente, Corazzo rientra nelle nuove fondazioni normanne: venne  fondata dai monaci Benedettini (forse su un preesistente impianto bizantino) nel corso dell’XI secolo e fu semidistrutta dal disastroso terremoto del 1783, ma i suoi  maestosi ruderi sono ancora testimonianza di un prestigioso passato di cultura e religiosità profonda. L’Abbazia, intorno al 1162, passò all’ordine monastico dei Cistercensi che, grazie alla loro intensa operosità, contribuirono a determinarne lo sviluppo economico e spirituale con evidenti ricadute sul territorio. Il Beato Gioacchino di Fiore - esegeta e profeta di conclamata fama, collocato nel Paradiso della Divina Commedia di Dante Alighieri - rimase affascinato dalla natura silenziosa e selvaggia che incorniciava la chiesa.

Trasferitosi in quelle amene terre dall’Abbazia della Sambucina, ne fu Abate dal 1177 al 1187, anno in cui Papa Clemente III lo dispensò dall’attività pastorale per consentirgli di dedicarsi esclusivamente all’attività teologica e filosofica. 

L’architettura del monastero nel corso dei secoli fu oggetto di numerosi rimaneggiamenti che ne distinguono l’impianto originario da quello attuale. L’ odierna struttura dei ruderi è quella successiva al terremoto del 1639, dopo il quale l’Abbazia fu ricostruita con la collaborazione della popolazione di Castagna. L’impianto originario del complesso rifletteva i canoni espressi nella “regola” dell’ordine, che prescriveva l’articolazione della giornata e la condotta personale dei monaci. Il monastero, infatti, era concepito come un microcosmo complesso e completo, funzionale alla sussistenza degli occupanti, i cui contatti con l’esterno dovevano essere limitati e sporadici.

La chiesa aveva pianta basilicale con cappelle laterali introdotte da ampie arcate ed era sovrastata, esternamente, da un campanile; il complesso monastico si articolava in spazi comuni funzionali alla quotidianità monastica: oltre al chiostro, si rinvengono i resti del “capitolo”, della sagrestia, del refettorio e dei dormitori.

Il terremoto settecentesco lo danneggiò irrimediabilmente (si salvarono poche opere ed elementi sacri, trasferiti nelle chiese limitrofe), ed il monastero fu abbandonato e spoliato di tutti i suoi beni a seguito dell’editto napoleonico del 1807, con il quale si sopprimevano diversi ordini monastici per incamerarne gli ingenti possedimenti.

La persistenza delle possenti mura diroccate, incorniciate dalla lussureggiante vegetazione, rende suggestiva ancora oggi l’abbazia che, avvolta nella sua atmosfera mistica e surreale, induce il visitatore di oggi, così come i monaci del passato, alla meditazione e all’introspezione